Mille Splendidi Soli Scarica

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Il padre, il ricco e potente proprietario terriero e commerciante Jalil, si vergogna di lei, figlia avuta illegittimamente. Dopo essersi trasferita alla Kolba, essa nutrirà un odio profondo verso il suo ex-fidanzato.

Da questo momento la ragazza nutrirà un profondo odio per suo padre. Ma soprattutto essa è amica di Tariq, un ragazzo giovane e sveglio anche esso amico suo, ma crescendo questa loro amicizia si trasforma in amore. La ragazza viene portata in salvo da Rashid che, dopo averla informata della morte di Tariq tramite un piano architettato con un suo amico , le propone di sposarlo. La ragazza, inizialmente intenta comunque ad andarsene da Kabul, scopre ormai di essere sola, poiché la maggior parte dei suoi conoscenti sono morti, ma si rende poi conto anche del fatto di essere incinta di Tariq.

Non abbiamo altro. E poi a scuola rideranno di te. Certo che rideranno. Ti chiameranno harami. Ti diranno le cose più orribili. Non ne voglio sapere. Non ho altro che te. Non ho intenzione di perderti, di lasciarti a loro. Basta parlare di scuola. Se davvero avete a cuore la ragazza, dovete farle capire che è questo il suo posto, qui a casa, accanto a sua madre.

Niente tranne rifiuto e angoscia. Lo so, akhund sahib. Io lo so.

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Faceva passeggiate senza meta, cogliendo petali di fiore e dando manate alle zanzare che le pizzicavano le braccia. Se Jalil era in ritardo, a poco a poco si lasciava prendere dal panico. Sentiva le ginocchia piegarsi e doveva andare a stendersi. Quando Jalil raggiungeva la radura, gettava la giacca sul tandur e apriva le braccia.

Mariam strillava. Le piacevano i suoi baffi curati, e le piaceva che, indipendentemente dal tempo, indossasse sempre un elegante completo quando veniva in visita - marrone scuro, il suo colore preferito, con il triangolo, bianco del fazzoletto nel taschino della giacca -, e anche i gemelli, e la cravatta, di solito rossa, che amava portare allentata.

Non dubitava che sarebbe sempre atterrata sana e salva tra le mani pulite e curate del padre. Jalil e Nana si salutavano con un sorriso inquieto e un cenno. Jalil non faceva mai parola dei sassi e degli insulti scagliati da Nana. Nonostante le tirate che lanciava contro Jalil quando lui era assente, durante le visite Nana si comportava in modo sottomesso ed educato. I suoi capelli erano sempre puliti.

Si lavava i denti e indossava per lui il suo hijab più bello. Gli si sedeva di fronte tenendo le mani incrociate sul grembo. Non lo guardava mai negli occhi e non usava mai parolacce in sua presenza. Quando rideva si copriva la bocca con la mano per nascondere il dente guasto.

Nana gli chiedeva degli affari. E anche delle mogli. Quando gli aveva detto di aver sentito da Bibi jo che la sua moglie più giovane, Nargis, aspettava il terzo bambino, Jalil aveva confermato la notizia con un cenno della testa, sorridendo con cortesia. Dieci, vero, mashallah?

Se conti anche Mariam, naturalmente. Mariam aveva sostenuto che Nana gli aveva teso un tranello. Dopo aver preso il tè con Nana, Jalil e Mariam andavano sempre a pescare nel torrente.

Le mostrava come lanciare la lenza, come recuperare la trota riavvolgendo il mulinello. Le insegnava il modo giusto di sventrare il pesce, di pulirlo, di staccare la lisca dalla carne con un solo movimento.

Mentre aspettavano che il pesce abboccasse, le mostrava come disegnare un elefante con un solo tratto, senza mai staccare la penna dal foglio. Le insegnava poesiole. Insieme cantavano: Il Passerotto faceva il bagnetto seduto sulla riva del laghetto.

Lui era per Mariam il legame con il grande mondo, la dimostrazione che effettivamente esisteva qualcosa oltre la kolba, oltre Gul Daman e persino oltre Herat, un mondo di presidenti con nomi impronunciabili, di treni, di musei, di calcio, di satelliti che orbitavano attorno alla Terra e sbarcavano sulla Luna.

Ti ricordi di Daud Khan, vero? Te ne ho parlato. Era il primo ministro quando sei nata. Vedi, ora è una repubblica e Daud Khan è il presidente.

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Corre voce che siano stati i socialisti di Kabul a sostenerlo nella presa del potere. Almeno, questa è la voce che corre. Ecco qua. Inutile aspettare Ogni tanto le portava qualche piccolo regalo. Ho visto come li fanno. Fondono le monete che elemosinano e ne fanno gioielli.

Mariam tratteneva il fiato nel vederlo andar via.

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Teneva il respiro e, dentro di sé, contava i secondi. Si figurava che per ogni secondo in cui non respirava, Dio le avrebbe concesso un altro giorno con Jalil. La sera, distesa nel lettino, Mariam si chiedeva come fosse la casa di Herat.

Si chiedeva come potesse essere la vita accanto a Jalil, come ci si sentisse a vederlo ogni giorno. Gli avrebbe preparato il tè. Gli avrebbe attaccato i bottoni. Sarebbero andati insieme a passeggiare per Herat, al bazar dal soffitto a volta dove Jalil diceva che si poteva trovare qualsiasi cosa uno desiderasse.

Le avrebbe mostrato il famoso albero sotto il quale era sepolto il poeta. Un giorno non troppo lontano, Mariam avrebbe detto tutte queste cose a Jalil. Due settimane prima Jalil, messo alle strette da Mariam, si era lasciato scappare che al suo cinema proiettavano un film americano. Era un genere di film speciale, che si chiamava cartone animato. Era la storia di un vecchio burattinaio senza figli, che viveva da solo e desiderava disperatamente un figlio.

Allora aveva scolpito una marionetta, che per magia aveva preso vita. Il burattino e suo padre finivano addirittura per essere ingoiati da una balena. Mariam, a sua volta, aveva raccontato tutta la storia del film al Mullah Faizullah. Voglio vedere il bambino marionetta. I suoi genitori si mossero irrequieti sulle sedie, scambiandosi sguardi allarmati. La sua voce era calma, aveva il tono cortese e controllato che usava in presenza di Jalil, ma Mariam sentiva la durezza del suo sguardo accusatore.

Anche il sonoro lascia a desiderare. E il proiettore da qualche tempo funziona male. Credo che abbia ragione tua madre.

Forse puoi scegliere un altro regalo, Mariam jo. Anche tuo padre mi da ragione. Voglio che ci andiamo tutti insieme. Ecco cosa voglio. A mezzogiorno. Ti aspetto qui. Ti va bene? Nana prese a girare a lunghi passi attorno alla kolba, serrando convulsamente i pugni. Con tutti i sacrifici che ho fatto! Come osi! Pensi di contare qualcosa per lui, di essere gradita in casa sua? Pensi che ti consideri una figlia?

Che ti accoglierà in famiglia? Ascolta bene. Non è come il ventre di una madre. Non sanguinerà, non si dilaterà per farti posto. Solo io ti voglio bene. Più niente. Tu non sei niente! Non lasciarmi, Mariam jo. Ti prego, rimani. Se te ne vai, io muoio. Magari le avrebbe chiesto perché si rifiutava di farsi visitare dai dottori di Jalil, come lui avrebbe desiderato; perché non voleva prendere le pillole che lui le aveva comperato. Se avesse saputo mettere in parole quello che sentiva in quel momento, Mariam avrebbe detto a Nana che era stufa di essere uno strumento, stufa di ascoltare bugie, di essere oggetto di rivendicazioni, di essere strumentalizzata.

Che non ne poteva più del modo in cui Nana manipolava la realtà, facendo di lei, Mariam, un altro motivo di scontento nei confronti del mondo intero. E non vuoi che io sia felice. Non vuoi che io abbia una vita felice. Sei tu ad avere un cuore spregevole.

Riusciva a distinguere in lontananza i minareti, come dita polverose di giganti, e le strade che immaginava pullulanti di persone, di carri, di muli. Osservava le rondini scendere in picchiata o volare in tondo sopra la sua testa.

Invidiava quegli uccelli. Loro erano stati a Herat. Avevano volato sopra le moschee e i bazar. Forse si erano posati sui muri della casa di Jalil, sui gradini davanti al suo cinema.

Era il suo gioco segreto, cui talvolta si dedicava quando Nana era lontana. Mise quattro ciottoli nella prima colonna, per i figli di Khadija, tre per quelli di Afsun, e tre nella terza colonna per i figli di Nargis. Poi aggiunse una quarta colonna. Era un vecchio orologio a carica manuale, con numeri neri su un quadrante verde menta, un dono del Mullah Faizullah. Erano le nove. Si chiese dove fosse finita Nana. Si sedette. Al torrente, Mariam si mise in attesa nel posto che avevano concordato il giorno precedente.

Nel cielo navigavano nubi grigie a forma di cavolfiore. Questa volta percorse il limite occidentale della radura, in modo da non dover passare accanto a Nana. Anche su Herat Nana si era sbagliata. Nessuno la segnava a dito. Nessuno rideva di lei. Mariam percorse i viali chiassosi, affollati, fiancheggiati da cipressi, in mezzo a un continuo flusso di pedoni, di ciclisti e di gari trainati da muli, e nessuno la prese a sassate.

Nessuno badava a lei. Qui, in modo meravigliosamente inaspettato, era una persona qualunque. Vedeva fiori dovunque, tulipani, gigli, Petunie, i petali inondati di sole. La gente passeggiava lungo i sentieri, sedeva sulle panchine e sorseggiava tè. Mariam non poteva credere di trovarsi a Herat.

Il cuore le batteva in gola. Avrebbe voluto che il Mullah Faizullah la vedesse in quel momento. Avrebbe ammirato il suo coraggio, la sua audacia. Ragazzi a piedi nudi rincorrevano le automobili e gli autobus, agitando sacchetti di mele cotogne. Poi si fece coraggio e chiese a un anziano conducente di un gari trainato da un cavallo se sapesse dove abitava Jalil, il padrone del cinema. Il vecchio aveva gote piene e indossava un chapan a righe multicolori.

Ti ci porto io. Non ho soldi. La casa di Jalil era sulla strada. Viaggiarono fianco a fianco, in silenzio. Durante la corsa vide botteghe di erbe, negozietti aperti sulla strada dove gli avventori compravano arance e pere, libri, scialli, persino falchi. I bambini giocavano a biglie dentro cerchi tracciati nella terra. Fuori dalle botteghe del chai, su pedane di legno coperte di tappeti, gli uomini sorseggiavano tè, fumando tabacco dalle hukah.

Sei proprio fortunata, dokhtar jo. Ecco la sua macchina.

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Fece scorrere le dita sul cofano della macchina di Jalil, che era nera, lucida, con ruote scintillanti in cui vedeva riflessa la propria immagine appiattita. I sedili erano di pelle bianca. Dietro il volante vide sul cruscotto dei tondi con delle lancette. La sommità degli alberi ondeggiava alla brezza e a Mariam piacque pensare che piegassero le cime per darle il benvenuto.

Si fece coraggio. Aveva un tatuaggio sotto il labbro inferiore. Sono Mariam. Sua figlia. Poi, in un lampo, parve capire chi era. Chiuse il portone. Passarono alcuni minuti. Poi venne un uomo.

Era alto, con le spalle quadrate, un viso sereno e gli occhi assonnati. Jalil Khan non è in casa. Mariam si sedette tirando le ginocchia contro il petto. Era ormai sera, e incominciava ad avere fame. Perché non vuoi che ti riaccompagni a casa? Ascolta, nessuno sa quando tornerà a casa. Potrebbe star via molti giorni. Ma allora non lo fece. Trascorse la notte fuori dalla casa di Jalil. Rimase a guardare il cielo che imbruniva, le ombre che inghiottivano le facciate delle case vicine. Di tanto in tanto, Mariam sentiva dei passi lungo la strada, porte che si aprivano, saluti sussurrati.

Si accesero le luci elettriche e le finestre si illuminarono di un debole lucore. I cani abbaiavano. Poi si mise in ascolto dei grilli che frinivano nei giardini.

In alto, le nubi scivolavano davanti a una luna pallida. Il mattino fu svegliata da qualcuno che la scuoteva per le spalle. Hai fatto la tua sceneggiata. È ora di tornare. Le dolevano la schiena e il collo.

È Jalil Khan a dirlo. Gli occhi le si riempirono di lacrime. Nella manciata di secondi in cui rimase nel giardino di Jalil, i suoi occhi registrarono una costruzione di vetri scintillanti colma di piante, viti che si abbarbicavano a tralicci di legno, un laghetto con i pesci circondato da blocchi di pietra grigia, alberi da frutta e, dappertutto, cespugli carichi di fiori dai colori vivaci.

Il volto rimase visibile per un solo istante, un lampo, ma quanto bastava. Quanto bastava perché Mariam spalancasse gli occhi dallo stupore. A bocca aperta, vide il volto sparire dalla finestra. Le tende si chiusero. Poi un paio di mani la afferrarono sotto le ascelle, sollevandola da terra. I ciottoli le caddero di tasca. Mariam non lo sentiva. Per tutto il tragitto pianse, sballottata sul sedile. Erano lacrime di dolore, di rabbia, di delusione.

Aveva fatto tutta la strada a piedi fino in città, si era rifiutata di andarsene, aveva dormito per strada come un cane randagio. Mariam continuava a pensare al volto apparso alla finestra del primo piano.

Per strada. Non voleva mettersi a sedere, non voleva che qualcuno la vedesse. Immaginava che ormai tutta Herat sapesse come si fosse coperta di disonore. Mariam si chiedeva cosa avrebbe detto a Nana. Come avrebbe potuto farsi perdonare? Lungo il sentiero cresceva il caprifoglio, e anche la pianta dei pappagallini. Non guardare. Torna indietro! Ma non era stato abbastanza svelto. Mariam aveva visto. La corda che pendeva dal ramo alto. Nana che dondolava alla sua estremità.

Sei Nana fu sepolta in un angolo del cimitero di Gul Daman. Mariam rimase accanto a Bibi jo, con le altre donne, mentre sul bordo della tomba il Mullah Faizullah recitava le preghiere e gli uomini deponevano nella terra il corpo di Nana avvolto nel sudario.

Dopo, Jalil condusse Mariam alla kolba, dove, davanti agli abitanti del villaggio che li accompagnavano, diede spettacolo della propria sollecitudine. Si sedette sul lettuccio dove lei si era sdraiata facendole vento sul viso. È qui fuori. Te lo chiamo subito. Lasciati andare. Non devi aver vergogna. Il Corano dice il vero, figlia mia. Non quel giorno. Non in quel momento. Sentiva soltanto le parole di Nana: Se te ne vai, io muoio.

Credimi, muoio. Non poteva far altro che piangere, piangere e lasciar cadere le lacrime sulla pelle macchiata e sottile come un foglio di carta delle mani del Mullah Faizullah. Facendo ritorno in città, Jalil si sedette accanto a Mariam sul sedile posteriore, con il braccio posato sulla sua spalla.

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È di sopra. Ti piacerà, penso. Non riusciva a guardarlo in faccia. Teneva lo sguardo fisso a terra, sui piedi che percorrevano il sentiero di pietra grigia. Sentiva la presenza di altre persone nel giardino, che mormorando si scambiavano qualche parola mentre si facevano da parte al loro passaggio.

Percepiva il peso di sguardi che la fissavano dalle finestre del primo piano. Anche dentro la casa, Mariam tenne gli occhi abbassati. Ti troverai bene qui, penso. È carina, vero? I tendoni, tirati indietro perché si potesse ammirare la vista sul giardino sottostante, erano nello stesso tessuto del copriletto. Lungo le pareti correvano mensole su cui erano appoggiate fotografie incorniciate di persone che Mariam non conosceva.

Su uno scaffale vide una serie di bambole di legno identiche, disposte il fila in ordine di grandezza decrescente. Chiuse gli occhi. Mariam usciva dalla stanza solo quando doveva andare in bagno, in fondo al corridoio. La ragazza con il tatuaggio, quella che le aveva aperto il portone, le portava i pasti su un vassoio: kebab di agnello, sabzi, minestra di aush. Il cibo non veniva quasi toccato. Jalil passava a trovarla diverse volte al giorno, si sedeva sul letto accanto a lei e le chiedeva se stesse bene.

Dalla finestra, Mariam guardava con indifferenza lo svolgersi della vita quotidiana di Jalil, sulla quale aveva da sempre fantasticato, morendo dalla voglia di conoscerla da vicino. Il giardiniere bagnava le piante della serra e potava i cespugli.

Lunghe automobili dalla linea affusolata si fermavano davanti alla casa. E mentre osservava Jalil che stringeva la mano a quegli estranei e salutava le loro mogli con un cenno del capo incrociando le mani sul petto, Mariam si convinse che Nana le aveva sempre detto la verità.

Questo non era il suo posto. Ma qual è il mio posto? Che cosa devo fare adesso? Non avrai più niente, tu non sei niente! Mariam si mise a sedere sul letto a gambe incrociate, tirandosi la coperta sul grembo. Prese una scatola grigia di forma quadrata.

Ci si mettono i dischi. Un grammofono. Hai otto anni. Aveva lo stesso sorriso di Jalil e la stessa fossetta sul mento. Non disse alla bambina che una volta aveva dato il suo nome a un ciottolo.

Estrasse un piccolo disco dalla tasca sotto il coperchio della scatola. Tu sei il sultano del mio cuore, il sultano del mio cuore. Vuoi vedere una cosa? Io me ne frego. Non mi interessa. Micidiale, ti assicuro. Su, vieni qui, bambina mia. Vieni dalla tua Bibi jo. Non piangere. Su da brava. Povera piccolina. Poverina, poverina. Dal letto fissava il cielo, ascoltando i passi da basso, le voci smorzate e gli scrosci di pioggia che flagellavano i vetri.

Mariam non riusciva a capire le parole. Il mattino successivo venne a trovarla il Mullah Faizullah. Sono anni che mi avete insegnato ogni sura e ogni versetto del Corano. Mi hai smascherato.

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Ma posso pensare ad altri pretesti per venirti a trovare. Non voi. Ma dovette fermarsi sentendo una specie di pietra che le si era conficcata in gola. Ha compiuto un gesto terribile contro se stessa. Contro se stessa, contro di te, e anche contro Allah. Lui la perdonerà, perché Lui è Colui che perdona, ma Allah è dispiaciuto per questo suo atto. Disapprova chi toglie la vita, sia la propria che quella degli altri, perché Allah dice che la vita è sacra.

Il seme del suo gesto è stato piantato molto tempo fa, temo. Ti assicuro che non è stata colpa tua. Non è stata colpa tua, figlia cara. Avrei dovuto Questi pensieri non ti fanno bene, Mariam jo. Mi ascolti, piccola? Non ti fanno bene. Anzi ti distruggeranno. Non è stata colpa tua. Aveva la carnagione chiara, i capelli rossicci e mani dalle lunghe dita.

Perché non ti lavi e scendi con noi? Devi scendere. Vogliamo parlarti. È importante. La donna con i capelli rossi che si era presentata come Afsun, la madre di Nilufar, sedeva alla destra di Jalil. Le altre due mogli, Khadija e Nargis, erano alla sua sinistra.

Le tre donne portavano un leggero velo nero, non sulla testa, ma mollemente avvolto attorno al collo, come per distrazione. Molto difficile.

Sentiva uno sgradevole ronzio nella testa. Le bruciava la gola. Il sole faceva scintillare le scaglie del pesce. Jalil e i ragazzi ridevano. Colse al volo un rapido scambio di sguardi fra le donne. Jalil, abbandonato sulla sedia, fissava la brocca, senza vederla.

Un corteggiatore. È un pashtun, originario di Kandahar, ma ora vive a Kabul, nel distretto di Deh-Mazang, in una casa a due piani di sua proprietà. La stanza oscillava davanti ai suoi occhi e il pavimento sembrava sprofondarle sotto i piedi. Possiede una sua bottega ed è uno dei calzolai più richiesti di Kabul. Fa scarpe per diplomatici, membri della famiglia del presidente, quel genere di persone. Quello che dice, è vero? Quarantacinque al massimo.

Tu che dici, Nargis? Lo sappiamo tutti. Quanti anni hai, quindici?

Sua moglie, abbiamo saputo, è morta di parto dieci anni fa. E poi, tre anni fa, suo figlio è annegato nel lago. Negli ultimi anni si è cercato una sposa, ma non ne ha trovata nessuna che gli andasse bene. Non costringermi. A quel punto Mariam non seguiva più chi diceva che cosa. Rimase con gli occhi incollati su Jalil, in attesa che si pronunciasse, che dicesse che non una sola parola di quei discorsi era vera.

Una casa, dei bambini tuoi? Ha una casa e un lavoro. E Kabul è una bella città, molto interessante. Sono sicura che lo farà. La spedivano lontano, perché era la personificazione in carne e ossa della loro vergogna.

Diventeresti un peso per la sua famiglia. Mariam si immaginava a Kabul, una città grande, affilata, estranea che, come una volta le aveva detto Jalil, si trovava a seicentocinquanta chilometri a est di Herat. Seicentocinquanta chilometri. Non si era mai allontanata dalla kolba più dei due chilometri che aveva percorso a piedi per raggiungere la casa di Jalil. E ci sarebbero stati anche altri doveri - Nana le aveva spiegato che cosa fanno gli uomini alle loro mogli. Era in particolare il pensiero di quelle intimità, che immaginava come dolorosi atti perversi, a riempirla di paura, coprendola di sudore.

Si rivolse nuovamente a Jalil. Diglielo tu che non permetterai che mi facciano una cosa simile. Adesso le donne tacevano. Nella stanza cadde il silenzio. Gli occhi di Jalil si alzarono lentamente, incontrarono quelli di Mariam e sostennero per un attimo il suo sguardo, poi si abbassarono. Come se fosse lui a subire il sopruso.

Mentre le mogli tornavano alla carica con maggior lena cercando di rassicurarla, Mariam teneva gli occhi abbassati. Il suo sguardo seguiva la forma elegante delle gambe del tavolo, le curve sinuose degli angoli, la superficie marrone lucida come uno specchio. Otto Il mattino seguente, sopra i pantaloni di cotone bianco, le fecero indossare una veste verde scuro a maniche lunghe.

Afsun le diede un hijab verde e un paio di sandali dello stesso colore. La condussero nella stanza con il lungo tavolo marrone, nel mezzo del quale erano posati un Corano, un velo verde, uno specchio e una ciotola di mandorle glassate. Indossava un abito marrone chiaro e una cravatta rossa.

Nessuno mi aveva detto come sarebbe stato, e che avrei dovuto accettarlo. Nessuno mi aveva detto un sacco di cose. E allora adesso vorrei dirle io! Perché è giusto che qualcuno lo dica. Che si fa fatica. Ma anche che ne vale la pena. La seconda indagine del commissario Casabona. Non un omicidio qualunque, ma una vera e propria esecuzione, come risulta subito evidente Un parrucchiere anarchico, poco incline all'ascolto delle clienti e molto a gestire taglio e colore in assoluta libertà.

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Non lasciarmi andare. Jessica Sorensen. Maledetta primavera. Paolo Cammilli. Una ragione per amare. Come un fiore ribelle. Jamie Ford. Christiane Vera Felscherinow. Il cardellino. Donna Tartt. Camilleri Andrea. Inferno Versione italiana. Dan Brown. Martin Sixsmith. Wulf Dorn. Alessandro D'Avenia. Don Camillo e il suo gregge. Il compagno don Camillo. Il bacio d'acciaio. E l'eco rispose. Khaled Hosseini.

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